Una visita specialistica su cinque, in Italia, viene erogata fuori dai tempi massimi previsti dalla legge. Per gli esami diagnostici urgenti va anche peggio: uno su quattro supera il limite. E quando si chiede alle persone perché scelgono di pagare di tasca propria invece di aspettare il Sistema Sanitario Nazionale, la risposta non è quasi mai la sfiducia nella qualità delle cure — è semplicemente il tempo.
Sono questi i due fatti centrali che emergono dai dati più recenti su liste d'attesa e sanità pubblica in Italia. Vediamoli con ordine, distinguendo sempre da dove arriva ogni numero — perché su questo tema le fonti raccontano storie diverse a seconda di come misurano.
Il dato ufficiale: AGENAS e il monitoraggio nazionale
Il 29 maggio 2026, AGENAS (l'Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali) ha presentato il primo monitoraggio nazionale standardizzato sui tempi di attesa, basato su 65 milioni di prenotazioni raccolte tra gennaio 2025 e aprile 2026 attraverso la nuova Piattaforma Nazionale delle Liste di Attesa.
Il risultato per il primo quadrimestre 2026: 78,7% delle prime visite specialistiche erogate nei tempi, 84,7% degli esami diagnostici. Il dato è in miglioramento rispetto al 2025 (76,1%), ma significa ancora che circa 1,9 milioni di prestazioni sono state erogate fuori tempo solo nei primi quattro mesi del 2026.
Guardando le singole classi di priorità, il quadro si fa più preoccupante. La tabella mostra le percentuali di rispetto dei tempi per ciascuna classe:
| Classe | Prime visite | Esami diagnostici |
|---|---|---|
| U (urgente, 72 ore) | 80,6% | 75,7% |
| B (breve, 10 giorni) | 80,2% | 77,3% |
| D (differibile) | 73,2% | 85,3% |
| P (programmata) | 84,7% | 86,8% |
Il dato che salta all'occhio è la classe U per gli esami diagnostici: è la combinazione con la percentuale più bassa di tutte. Le prestazioni che dovrebbero essere le più rapide — quelle urgenti — sono spesso quelle che il sistema fatica di più a garantire nei tempi. La soglia di legge fissata dal Piano Nazionale è il 90%. Nessuna classe, in nessuna categoria, la raggiunge ancora a livello nazionale.
Perché i numeri "veri" sembrano peggiori
Se hai aspettato una visita più del previsto, probabilmente questi dati ti sembrano troppo ottimistici rispetto a quello che hai vissuto. Non è un'impressione sbagliata — ed è importante capire perché.
I dati AGENAS misurano le prenotazioni che entrano effettivamente nel sistema CUP. Ma la stessa AGENAS segnala che solo il 50,3% delle prescrizioni per prime visite si traduce in una prenotazione CUP. Tutto quello che resta fuori — agende chiuse, rifiuti di prenotazione, rinunce prima ancora di provare — non entra nel calcolo.
La Fondazione GIMBE, analizzando indipendentemente i dati pubblici nel febbraio 2026, ha stimato che in media il 30% delle prestazioni viene erogato in intramoenia — un dato che la piattaforma pubblica non distingue dal regime ordinario. Il presidente GIMBE Nino Cartabellotta ha descritto la situazione come "una coda invisibile dove resta intrappolata una persona su quattro, costretta ad attendere, a pagare di tasca propria o a rinunciare del tutto alla prestazione".
Coerentemente, le indagini dirette sui cittadini raccontano una realtà più dura. Altroconsumo, in un'indagine su 1.086 persone (novembre 2024, pubblicata marzo 2025), ha trovato che il 52% delle visite e il 36% degli esami superano i tempi massimi, con attese medie di circa 105 giorni, e che il 76% delle prestazioni urgenti (classe U) e brevi (classe B) sfora i tempi. Cittadinanzattiva (Rapporto PIT Salute 2026, 14.176 segnalazioni) riporta che il 56,6% degli intervistati segnala sistematicamente tempi oltre il codice di priorità della ricetta.
Il punto chiave: i due tipi di dato non sono in contraddizione — misurano cose diverse. AGENAS conta cosa succede a chi riesce a prenotare. Altroconsumo e Cittadinanzattiva raccontano l'esperienza completa, incluse le agende chiuse e i tentativi falliti. Per questo è scorretto confrontarli direttamente, ma è anche scorretto ignorare che insieme danno un quadro più completo della realtà.
Perché si scelte il privato: non è (solo) sfiducia
Qui arriva forse il dato più utile per capire cosa succede davvero nelle case degli italiani quando ricevono una ricetta medica.
Censis-Aiop, nel 21° Rapporto Ospedali&Salute (marzo 2024), ha misurato lo stesso fenomeno da un altro angolo: su ogni 100 tentativi di prenotazione nel SSN, il 39,4% si conclude con una rinuncia e il passaggio al privato. Ancora più significativo: il 51,6% degli italiani non prova nemmeno a prenotare nel pubblico — va dritto al privato, presumibilmente per esperienza pregressa.
Eppure, nello stesso rapporto, l'89% degli italiani considera il SSN un pilastro del welfare e il 90,5% giudica positiva la qualità delle cure quando riesce a riceverle. Questo conferma che il problema non è la fiducia nella competenza medica — è l'accesso in tempi ragionevoli.
La sfiducia esiste, ma è un fenomeno distinto. Il 58° Rapporto Censis (dicembre 2024) misura che il 63,4% degli italiani teme di non poter contare su soluzioni sanitarie appropriate quando ne avrà bisogno — un dato di percezione generale sul futuro del sistema, non la motivazione della singola scelta quotidiana.
Quanti rinunciano del tutto alle cure
Il dato più allarmante arriva dall'ISTAT, che misura ogni anno la rinuncia alle cure attraverso l'Indagine multiscopo sugli aspetti della vita quotidiana — un campione rappresentativo, non una survey di opinione.
Nel 2024, secondo i dati presentati dal presidente ISTAT in audizione parlamentare il 6 novembre 2025, il 9,9% della popolazione ha dichiarato di aver rinunciato a curarsi — circa 5,8 milioni di persone. Di queste, il 6,8% lo ha fatto specificamente per le lunghe liste d'attesa — la motivazione più diffusa, in forte crescita rispetto agli anni precedenti.
Fonte: ISTAT, Indagine multiscopo 2024 (audizione parlamentare 6 novembre 2025). Il fenomeno colpisce soprattutto gli over 65 (9,1%) e gli adulti 45-64 anni (8,3%).
In appena cinque anni, la quota di chi rinuncia alle cure per i tempi di attesa è più che raddoppiata.
Cosa significano questi numeri per te
Se hai una ricetta con una classe di priorità e il CUP ti ha proposto un appuntamento fuori dai tempi, non sei un'eccezione — sei dentro una percentuale che, secondo le fonti, oscilla tra il 15% (dato AGENAS) e il 50% (dato Altroconsumo) delle prestazioni italiane.
La differenza è che esiste un diritto specifico per questa situazione: il Percorso di Tutela Garantita, previsto dal D.Lgs. 124/1998 e aggiornato dalla L. 107/2024. Permette di richiedere la prestazione in intramoenia o presso un privato accreditato, pagando solo il ticket — invece di rinunciare, o di pagare l'intera tariffa privata come fa quasi il 40% degli italiani secondo Censis-Aiop.
Il problema, come spesso accade con questo diritto, non è che non funzioni. È che pochissimi sanno come attivarlo.